Negli anni ’90 gli psicologi Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun  utilizzano il termine “crescita post-traumatica” per descrivere i casi di persone che avevano vissuto una profonda trasformazione mentre affrontavano diverse tipologie di trauma e situazioni di vita difficili. La ricerca ha rivelato che circa il 70% dei sopravvissuti ad un trauma ha riportato una crescita psicologica positiva.

La crescita dopo un trauma può manifestarsi in modi diversi, per esempio come una maggiore riconoscenza verso la vita, l’individuazione di nuove possibilità per la propria esistenza, relazioni interpersonali più gratificanti, una vita spirituale più ricca e una connessione con qualcosa di più grande, un senso di forza interiore.

Ma com’è possibile che un profondo turbamento o una grande sofferenza generino questo meccanismo?

Secondo Tedeschi e Calhoun le persone sviluppano naturalmente e si affidano ad una serie di credenze e supposizioni che si sono formate sul mondo. Per far sì che dopo il trauma ci sia una crescita, l’evento traumatico deve necessariamente sfidare tali convinzioni. Secondo Tedeschi e Calhoun, il modo in cui il trauma distrugge la nostra visione del mondo, le nostre opinioni e la nostra identità, equivale ad un terremoto, le fondamenta dei nostri pensieri e delle nostre convinzioni vanno in mille pezzi a causa della forza dell’impatto traumatico subito. Siamo scossi, quasi letteralmente, dalla nostra percezione ordinaria delle cose e ci tocca ricostruire noi stessi e il nostro mondo. Più vacilliamo, più lasciamo andare le nostre precedenti identità e convinzioni e ripartiamo da zero.

In queste settimane il mondo intero è sconvolto e devastano dagli effetti del coronavirus. Tutti noi, chi più chi meno, abbiamo dovuto adattarci ad un profondo cambiamento, abbiamo dovuto cambiare le nostre abitudini, abbiamo dovuto fare rinunce e sacrifici…e molti hanno dovuto subire la dolorosa perdita di un caro.

Secondo lo scrittore israeliano David Grossman, “per molti l’epidemia potrebbe trasformarsi in un evento cardine, fatidico per il proseguo della vita.” Per Grossman quando l’emergenza sarà finita, l’umanità ne uscirà migliore perché consapevole della sua fragilità e della caducità della vita. Uomini e donne fisseranno nuove priorità e impareranno a distinguere meglio tra ciò che è importante e ciò che è futile.
“Ci sarà – spiega – chi, per la prima volta si interrogherà sulle scelte fatte, sulle rinunce, sui compromessi. Sugli amori che non ha osato amare. Sulla vita che non ha osato vivere. Uomini e donne si chiederanno perché sprecano l’esistenza in relazioni che provocano loro amarezza.” E conclude: “Ci sarà forse chi, osservando gli effetti distorti della società del benessere, si sentirà nauseato e fulminato dalla banale, ingenua consapevolezza che è terribile che ci sia gente molto ricca e tanta altra molto povera. Che è terribile che in un mondo opulento e sazio non tutti i neonati abbiano le stesse opportunità. E forse anche i mass media, presenti in modo quasi totale nelle nostre vite e nella nostra epoca, si chiederanno con onestà quale ruolo abbiano giocato nel suscitare il generale senso di disgusto che provavamo prima dell’epidemia”.

Quello che Grossman auspica è di fatto una “crescita post-traumatica” ad ampio raggio, un risveglio, una messa in discussione di convinzioni e abitudini che permetta una crescita interiore profonda a livello globale.

Non sappiamo ancora quando e come tutto finirà, ma ciascuno di noi ha la possibilità di scegliere come affrontare da questa situazione, su cosa orientare le proprie energie e cosa imparare.