Una nave in porto è al sicuro ma non è per questo che le navi sono state costruite.
Benazir Bhutto

Da qualche anno ormai frequento una classe di yoga. I benefici che ne ho tratto sia a livello mentale che fisico sono incredibili.
Lo yoga mi offre sempre la possibilità di scoprire e capire qualche aspetto nuovo di me e di spingermi oltre i miei limiti. Inizialmente le lezioni che amavo di più erano quelle non troppo dinamiche, dove si fatica (perché al contrario di quello che molti credono nello yoga si fatica tanto!) ma i movimenti sono lenti e controllati.

Quando mi trovavo ad affrontare una lezione più veloce e dinamica, in cui era richiesta l’esecuzione rapida di una sequenza di movimenti, provavo una sorta di rifiuto. Appena la maestra dichiarava la tipologia di lezioni che ci apprestavamo ad affrontare mi innervosivo e pensavo: “avrei fatto meglio a stare a casa”. Praticavo tutta la lezione di cattivo umore e non vedevo l’ora che finisse. Provavo una forte sensazione di disagio ad eseguire quei movimenti in successione rapida e la cosa non mi piaceva affatto.

Un giorno una “collega” che frequentava la classe di yoga nella fascia oraria precedente alla mia, mi manda un messaggio avvisandomi che la lezione sarebbe stata particolarmente dinamica e pesante. Il primo impulso fu quello di pensare di saltare la lezione ma poi, mossa da un moto di orgoglio, decisi di andare e di affrontarla con una attitudine differente. La presi come una sfida, mi concentrai e mi dissi che se volevo potevo decidere di trasformare quell’esperienza in qualcosa di positivo e costruttivo. E in effetti fu così, cambiare approccio, accettando e affrontando quella sensazione di disagio, mi aveva permesso di notare e apprezzare aspetti che il mio usuale atteggiamento negativo mi aveva impedito di vedere. La soddisfazione alla fine della lezione fu immensa e i progressi tangibili. Decidere di “stare” nel disagio anziché combatterlo mi ha permesso di uscire dalla mia zona di confort, quella zona nella quale facevo solo ciò che mi piaceva, che sapevo già fare e che mi riusciva bene. Tutte le volte che di fronte ad un disagio non scappiamo ma lo affrontiamo, viviamo un’esperienza di crescita e miglioramento.

Abraham J. Twersky, rabbino e psichiatra, utilizza una bellissima metafora per spiegare questo processo:

“L’aragosta è un animale morbido e soffice, vive dentro un rigido guscio che non si espande mai. E come fa l’aragosta a crescere? Mentre cresce, il guscio diventa sempre più stretto e scomodo, tanto che l’aragosta non può fare altro che liberarsene. Sentendosi sempre più sotto pressione e a disagio, va quindi a nascondersi tra le rocce. Lì, più vulnerabile che mai, lascia andare il vecchio guscio e si adopera per crearne uno nuovo che possa adeguarsi alle sue necessità. Ad un certo punto, continuando a crescere, anche questo guscio diventa stretto e scomodo. Allora, torna sotto alla sua roccia e ripete il processo, ancora e ancora. Lo stimolo che rende possibile la crescita dell’aragosta è la scomodità, il disagio, il dolore”.

E allora la prossima volta che ti trovi in una situazione di disagio e vorresti scappare, fermati un attimo e pensa che quella potrebbe essere una grande opportunità per crescere, migliorati e imparare qualcosa di nuovo. Basterà poco perché quella sensazione di frustrazione si trasformi in un sentimento di appagamento e soddisfazione. Prova e fammi sapere com’è andata.